E poi dicono che il liceo classico non serve a niente

9/20/2026 / 3 comments / Milano / Bruno /

Voglio parlarvi di una domanda.

Sabato 12 settembre sono andato con mia moglie a San Vito al Giambellino per festeggiare i cinquant’anni del Liceo G.B. Montini.

C’era l’Arcivescovo, c’erano professori, ex studenti e generazioni diverse della stessa scuola. E poi c’eravamo noi.

Quelli che nel frattempo hanno cambiato lavoro, casa, città, capelli - qualcuno più di altri - ma che davanti a certe facce impiegano pochi secondi a tornare ragazzi.

Le rimpatriate scolastiche hanno questo strano potere: fanno convivere nello stesso posto la persona che eri e quella che sei diventata.

Durante la mattina, Oltre Montini, l’associazione degli ex studenti, ci ha fatto pescare un bigliettino. Uno a testa.

Sul mio c’era scritto:

             «Cosa ti ha lasciato il Montini?»

Bella domanda.

Soprattutto per uno che, nella sua carriera di studente non particolarmente brillante - ma di persona a cui è sempre piaciuto approfondire le poche cose capaci di incuriosirlo davvero - ha frequentato il liceo classico per sette anni.

Sì, sette.

La matematica suggerirebbe che qualcosa non sia andato esattamente secondo i programmi ministeriali.

Ma, come dico sempre, a me le cose piace approfondirle. Non farle frettolosamente e con superficialità.

La maggior parte di quegli anni li ho trascorsi proprio al Montini, che tra i molti meriti che gli riconosco ne ha anche uno molto personale:

non mi ha mai bocciato.

Non è poco.
Sul momento non credo di aver dato al bigliettino una risposta particolarmente memorabile. Ma la domanda mi è rimasta in testa.
E nei giorni successivi ho cominciato a ricordare.

Il mio Montini era in via Pezzotti

Il Montini che ho frequentato io non era quello di oggi in Corso di Porta Romana.

Era in via Pezzotti, con l’ingresso da via Magliocco.

Ci arrivavo con la 95.

Scendevo e, prima di entrare a scuola, raggiungevo gli amici alle Tre Gazzelle, il bar all’angolo che oggi si chiama Bar Tabacchi Pezzotti.

Era diventato una specie di succursale non ufficiale del Montini.

La mattina era il posto dove copiare gli ultimi compiti prima di entrare - attività didattica che immagino non fosse contemplata dal progetto educativo della scuola - e nei giorni più lunghi  ci tornavamo per mangiare qualcosa durante la pausa pranzo.

Perché spesso la nostra giornata al Montini non finiva con l’ultima campanella.

Nel pomeriggio c’era il corso di cinema del professor Tura, quello di giornalismo del rettore Carlo Calori, quello di scrittura del professor Serio.

Non ricordo nemmeno se quei corsi fossero facoltativi o facessero parte del percorso scolastico.

Ricordo però una cosa molto meglio: mi piacevano.

Potevo dedicare energie molto modeste allo studio di una materia che non riusciva ad appassionarmi e poi ritrovarmi completamente coinvolto quando qualcuno parlava di cinema, giornalismo, scrittura o di qualcosa che riusciva ad accendere la mia curiosità.

Non ero uno studente modello.
Su questo, dopo sette anni di liceo, sarebbe difficile costruire una linea difensiva credibile. Però non ero nemmeno completamente irrecuperabile.

Ricordo, per esempio, che una volta rinunciai a un concerto di Jon Bon Jovi per un’interrogazione di recupero di fine anno con la professoressa Gianotti, che insegna ancora oggi al Montini.

La cosa meravigliosa è che non ricordo più nemmeno quale fosse la materia specifica.

Ricordo Bon Jovi.

Ricordo di aver rinunciato al concerto.

Ricordo la professoressa Gianotti.

Dell’interrogazione, evidentemente fondamentale per il mio futuro, ho rimosso persino l’oggetto.

A pensarci oggi, avrei forse potuto andare al concerto.

C’era poi la professoressa Giovanelli di matematica, che sui voti aveva idee piuttosto chiare.

      «Dieci solo Dio. Nove solo io. Voi partite da otto.»

Non che, personalmente, il problema di come raggiungere il nove mi abbia mai tolto il sonno.

Ma dietro quella severità c’era un modo di valutare che ancora oggi trovo interessante.

Se in un compito prendevi quattro o cinque e poi, nel recupero sullo stesso argomento, arrivavi al sei, non faceva la media.

Il ragionamento era semplice: adesso quell’argomento lo avevi imparato. E quindi, per lei,valeva sei. 

A pensarci oggi era una prospettiva molto meno punitiva di quanto potesse sembrare: il voto non serviva a conservare memoria dell’errore, ma a verificare se alla fine avevi imparato.

Per uno come me, non esattamente destinato a insidiare il nove della professoressa Giovanelli, era anche un sistema piuttosto incentivante.

Mi è sempre piaciuto imparare. Non mi è mai piaciuto imparare tutto.

Pierluigi era già lì

Al Montini, in realtà, non arrivai dopo un’attenta comparazione dell’offerta formativa delle scuole milanesi.

Ci arrivai anche per una ragione molto più semplice.
Lì c’era Pierluigi, uno dei miei migliori amici d’infanzia.

A voler essere precisi, la nostra amicizia era cominciata ancora prima che nascessimo.  Le nostre madri erano state insieme in collegio in Sicilia, quando noi due non eravamo ancora neppure un pensiero.

Pierluigi frequentava il Linguistico del Montini. Oggi è per tutti "Il Maestro" e  insegna in Conservatorio.

La sua presenza fece sì che dal primo giorno il mio Montini non coincidesse mai soltanto con la mia classe del Classico.

Conoscevo quelli del Linguistico, quelli più grandi e quelli più piccoli. Anche educazione fisica contribuiva parecchio a mescolare le carte.

Con il professor Contardi, che insegnava anche al San Carlo, le ore di ginnastica erano divise tra maschi e femmine, ma riunivano ragazzi provenienti da classi e anni diversi.

Non so quanto fosse comune nelle altre scuole milanesi dell’epoca.

So cosa significava per noi.

La scuola era più grande della propria classe.

A diciassette anni, naturalmente, non avrei mai parlato di relazioni trasversali o di costruzione di una rete sociale.

Avevo degli amici.
Che probabilmente è un modo molto più sano di dire la stessa cosa.

Poi c’erano i corridoi

Le aule del Montini avevano dei grandi finestroni, alti e lunghi, che prendevano luce dal corridoio.

Quella, immagino, era la funzione prevista dall’architetto. Noi ne avevamo individuata un’altra.

Ogni tanto noi ragazzi più grandi prendevamo uno dei più piccoli e, a braccia tese, lo sollevavamo  in orizzontale fino all’altezza del finestrone.

E cominciava lo spettacolo.

Chi era seduto in classe, magari durante una serissima lezione di latino o filosofia, doveva girare la testa e vedeva improvvisamente comparire oltre il vetro un nuotatore a mezz’aria.

Stile libero all’andata, attraversando lentamente il finestrone.
Poi giro di boa e ritorno a dorso.
Perché le idiozie, quando sono fatte bene, richiedono una certa precisione.

Ma avevamo anche un repertorio.

Nelle versioni più elaborate al malcapitato venivano messi il casco di qualcuno arrivato a scuola in motorino e una sciarpa, e a quel punto attraversava il finestrone mimando un pilota lanciato  in pista.

Oppure si passava direttamente alla scenografia.

Si sollevava un intero banco con dietro uno studente seduto e, per qualche secondo, chi era in classe vedeva transitare oltre il vetro un compagno tranquillamente al proprio posto,  con banco incorporato, a un’altezza alla quale normalmente un banco non dovrebbe trovarsi.

Erano momenti di assoluto giubilo.

E quando penso al Montini faccio ancora fatica a separare quello che ho imparato durante le lezioni da tutto quello che ho imparato intorno alle lezioni.

Una scuola, prima di tutto, è un posto

Credo di avere sempre avuto un’idea della scuola un po’ particolare.

Non l’ho mai vissuta soprattutto come il luogo nel quale accumulare nozioni, conservarle abbastanza a lungo da superare un’interrogazione e, in molti casi, dimenticarle qualche mese dopo.

Per me la scuola era soprattutto un luogo di ritrovo.

Un posto dove costruire relazioni, coltivare interessi, discutere, condividere esperienze e qualche volta scoprire qualcosa che non sapevi ancora ti sarebbe servito.

E naturalmente la scuola continuava anche fuori dal Montini.

C’erano i pomeriggi passati a studiare in gruppo a casa di Maia,  che probabilmente erano studio, amicizia e chiacchiere in proporzioni variabili a seconda dell’imminenza dell’interrogazione.

Da questo punto di vista il Montini è stato una fucina straordinaria.

E alcune di quelle relazioni hanno attraversato quasi trent’anni.

Uno dei ragazzi di allora è oggi il notaio al quale mi appoggio professionalmente nelle compravendite immobiliari.

All’epoca probabilmente ci preoccupavamo dell’interrogazione del giorno dopo.

Oggi ci ritroviamo dall’altra parte di un tavolo a parlare di atti, provenienze, conformità e rogiti.

Pierluigi, che era una delle ragioni per cui ero arrivato al Montini, è diventato per tutti "Il Maestro" e insegna in Conservatorio.

Poi c’è Bruno, sì un altro Bruno, con cui facevo la strada per tornare a casa.

Il primo anno mi arrivava più o meno alla spalla. Non ho mai capito bene cosa sia successo durante l’estate, ma l’anno successivo la situazione si era completamente ribaltata. Ed è rimasta così.

E poi la Fure, che tuttora è una delle mie migliori amiche e, soprattutto, la mia migliore scusa per passare qualche weekend tra le colline del Prosecco.

Altri hanno preso strade completamente diverse.
Eppure, per qualche anno, quelle strade sono passate tutte dallo stesso posto.

Nel frattempo anche il Montini si è trasferito

Il Montini nasce nel 1976 dall’esperienza della Cooperativa Milano 15, nella periferia sud di Milano.

Il liceo avvia la propria attività nell’anno scolastico 1977-78 e nel corso della sua storia cambia più volte sede.

C’è il primo Montini nella zona di Chiesa Rossa.

Poi quello che ho conosciuto io, tra Pezzotti e Magliocco.

Infine l’attuale sede di Corso di Porta Romana 105.

Una scuola nata con una forte vocazione popolare e periferica che, attraversando mezzo secolo, si è progressivamente spostata verso il centro della città senza rinnegare quella storia.

Ed è qui che entra in scena il mestiere che faccio oggi.

Ormai ho sviluppato quella fastidiosa deformazione professionale per cui mi è quasi impossibile attraversare una strada di Milano senza chiedermi quanto valgano le case, come sia cambiato il quartiere e perché qualcuno desideri vivere proprio lì.

Quando frequentavo il Montini, invece, via Magliocco non valeva 5.000, 6.000 o qualsiasi altra cifra al metro quadrato.

Era semplicemente la strada da cui entravo a scuola dopo essere sceso dalla 95. Ed è una distinzione meno banale di quanto sembri.

Quanto vale davvero un indirizzo?

Quando valutiamo una casa parliamo inevitabilmente di metri quadrati, piano, esposizione, ascensore, terrazzo, stato interno, classe energetica.

Sono tutte cose importanti.

Ma una famiglia che compra casa sta scegliendo contemporaneamente molto altro.

La strada che i figli percorreranno ogni mattina. La scuola nella quale entreranno. Il bar nel quale incontreranno gli amici. La fermata dell’autobus. Il campo dove faranno sport. Le persone che finiranno per conoscere. Il tempo che trascorreranno in quei luoghi.

Il mercato immobiliare misura quasi tutto in metri. Le famiglie, molto spesso, misurano in minuti, persone e ricordi.

E nessuna di queste cose compare in una visura catastale.

È anche per questo che mi interessa raccontare le case e i quartieri oltre il prezzo al metro quadrato.

Quando studio una strada voglio sapere cosa c’era prima. Perché è diventata desiderabile.

Chi ci abitava. Come è cambiata. Perché due appartamenti apparentemente simili possono avere significati completamente diversi per due persone diverse.

Mi capita così di partire da una casa e finire negli archivi, nella storia di Milano, nell’economia, nel diritto, nella psicologia.

E c’è una certa ironia in tutto questo.

Io, che a scuola non ho mai brillato particolarmente, oggi passo una parte considerevole  del mio tempo a studiare.

Seguo corsi di formazione professionale, leggo, approfondisco psicologia e comportamenti umani, comunicazone, cerco di capire perché prendiamo certe decisioni e perché, davanti alla stessa casa, due persone possano vedere due cose completamente diverse.

Nessuno mi interroga.

Non ci sono voti.

E soprattutto non c’è la professoressa Giovanelli a ricordarmi che il nove è già occupato.

Studio perché sono curioso.

A pensarci, probabilmente ero così anche allora. Solo che ci ho messo parecchio tempo a capirlo.

Il liceo classico non mi ha insegnato tutte le risposte.

Mi ha lasciato il vizio di continuare a fare domande.

 

Cosa ti ha lasciato il Montini?

Ed eccoci di nuovo a quel bigliettino.

C’è una frase che ricordo di aver sentito proprio durante gli anni del Montini, anche se non saprei più dire chi ce la disse:

           «La cultura è ciò che resta quando tutto si è dimenticato.»

Viene generalmente attribuita a Édouard Herriot, anche se cercandone l’origine si scopre che la storia è più complicata e ne esistono formulazioni precedenti.

La cosa divertente è che non ricordare chi ce la disse è probabilmente il modo migliore per dimostrare che aveva ragione.

A quanto pare vale anche per le interrogazioni di recupero. Perché io del liceo ho dimenticato moltissimo.
Non chiedetemi una versione di greco.
Eviterei volentieri anche quella di latino.

Ho dimenticato date che sicuramente ho studiato, formule che probabilmente ho saputo e una quantità impressionante di nozioni che, per qualche miracolosa coincidenza, riuscivano a rimanere nella mia testa almeno fino all’interrogazione.

Eppure qualcosa è rimasto. È rimasta la curiosità.

È rimasto il piacere di ascoltare qualcuno che conosce davvero qualcosa e lasciarsi trascinare dalla sua passione.

Sono rimasti il cinema del professor Tura, il giornalismo del rettore Calori, la scrittura del professor Serio.

La professoressa Gianotti.

La matematica della professoressa Giovanelli e quel nove che aveva prudentemente deciso di tenersi per sé.

Sono rimasti Pierluigi, Bruno, la Fure e tanti altri amici. È rimasta la 95.
Sono rimaste le Tre Gazzelle.
Via Magliocco.

I pomeriggi a casa di Maia.

E persino un improbabile nuotatore che attraversava a stile libero il finestrone di un’aula per poi tornare indietro a dorso.

Soprattutto sono rimaste le persone.
Qualche anno fa ho partecipato al funerale del professor Serio.

Era stato uno di quei professori appassionati e, cosa assai più rara, appassionanti. Uno di quelli capaci di trasmettere agli studenti qualcosa che andava oltre la materia che insegnavano.

Ricordo la chiesa gremita.

C’erano tantissimi suoi ex studenti, di età e generazioni diverse, venuti lì semplicemente per salutarlo e ringraziarlo, ciascuno a modo proprio, per quello che aveva lasciato.

Guardandoli ho pensato che esistono molti modi di lasciare qualcosa dopo di noi. Un insegnante ne ha uno particolare: può continuare un po’ della propria vita nelle persone a cui ha insegnato.

E quella chiesa piena, quel giorno, ne era una dimostrazione difficile da dimenticare.

Una scuola, in fondo, non è così diversa da una casa.

Possiamo descriverla attraverso superficie, indirizzo, epoca di costruzione, numero di locali.

Ma trent’anni dopo difficilmente ricorderemo quanti metri quadrati misurasse il soggiorno della casa nella quale siamo cresciuti.

Ricorderemo chi era seduto a tavola. Le persone che entravano dalla porta. Quello che abbiamo festeggiato.
Le discussioni.

Le risate.

Le cose che sono successe lì dentro.

Sabato sono arrivato a San Vito al Giambellino con mia moglie.

Quasi trent’anni prima scendevo dalla 95, raggiungevo gli amici alle Tre Gazzelle e attraversavo via Magliocco per entrare al Montini.

Nel frattempo la scuola ha cambiato casa.

Sono cambiati i docenti. Al fondatore, don Carlo Calori, sono succeduti altri rettori; al preside Quaglino altri presidi.

Sono cambiate generazioni di studenti.

Milano è cambiata.

Io certamente sono cambiato.

Eppure, davanti a quel bigliettino, mi sono accorto che molte delle cose importanti erano ancora lì.

Una scuola cambia sede, professori, presidi, studenti. Persino la città che la circonda può diventare un’altra.

Ma qualcosa passa da una generazione alla successiva e rimane.
Quindi, se oggi Oltre Montini mi facesse pescare di nuovo quel foglietto e mi chiedesse:

                         «Cosa ti ha lasciato il Montini?»

credo che risponderei così:

                                         molto più di quello che sono riuscito a imparare a memoria.

Alla fine non so se il liceo classico serva a tutti.
So che io ci ho messo sette anni a finirlo e quasi trent’anni a capire a cosa mi fosse servito.

E poi dicono che il liceo classico non serve a niente.

BRUNO ZAPPIA

Agente immobiliare in Vesta Immobili. Dal 2009 si occupa del mercato residenziale milanese e, con una certa frequenza, finisce per interessarsi alle storie delle strade e delle persone almeno quanto alle case che deve vendere.